Roccasecca in Arte

di Nicola Severino

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Dario Ascolano

Storia di Roccasecca

a cura dell'Amministrazione Comunale 1988

ROCCASECCA (994) HA MILLE ANNI

 

Dopo la caduta dell'Impero romano (476) in mano all'erulo Odoacre che, in seguito ad un colpo di mano militare, relegò in esilio l'ultimo imperatore Romolo Augustolo, i Barbari dilagarono anche in Italia ad ondate successive. Prima fu la volta degli Ostrogoti che, guidati da Teodorico (488), sconfissero ripetutamente Odoacre e fondarono un nuovo regno romano-barbarico nella penisola. Al tempo di Giustiniano l'Impero Romano d'Oriente, nell'intento di liberarla dai Barbari, spedì successivamente due eserciti, il primo guidato da Belisario e il secondo da Narsete; ma la guerra greco-gotica (535-553) finì per fare dell'Italia una terra bruciata. Procopio da Cesarea, che da vicino ne seguì le vicende, in una celebre pagina così descrisse le condizioni delle popolazioni disperse e affamate:

 "Tutti divenivano emaciati e pallidi, e la carne loro mancando di alimento secondo l'antico adagio, consumava se stessa, e la bile prendendo predominio sulle forze del corpo dava a questo un colore giallastro. Col progredir del male ogni umore veniva meno in loro. La cute asciutta prendeva aspetto di cuoio e pareva come aderisse alle ossa, ed il colore fosco cambiandosi in nero li facea parere come torce abbrustolite. Nel viso erano come stupefatti e come orribilmente stralunati nello sguardo. Quali di essi morivano per inedia, quali per eccesso di cibo, poiché essendo in loro spento tutto il calor naturale delle interiora, se mai alcuno si nutrisse a sazietà e non a poco per volta, come si fa dei bambini appena nati, non potendo essi già più digerire il cibo, tanto più presto venivano a morte. Taluni furono che sotto la violenza della fame mangiaronsi l'un l'altro... Ben molti travagliati dal bisogno della fame, se mai in qualche erba si incontrassero, avidamente vi si gettavan sopra, ed appuntate le ginocchia cercavan di estrarla dalla terra, ma non riuscendo, perché esausta era ogni loro forza, cadean morti su quell'erba e sulle proprie mani. Né v'era alcuno che li seppellisse, perché a dar sepoltura niuno pensava; non eran però toccati da alcun uccello dei molti che soglion pascersi dei cadaveri, non essendovi nulla per questi, poiché, come ho già detto, tutte le carni la fame stessa avea già consumate" (1).


Tali o abbastanza simili dovettero essere le condizioni della nostra gente quando Totila, guidando alla riscossa i suoi Goti contro Narsete nella seconda fase della guerra, attraversò la nostra regione devastando Aquino e distruggendo anche, ''probabilmente”, il ponte sul Melfa, come ha scritto il Giannetti nel saggio già ricordato. Ma il condottiero, in verità già abbastanza benevolo per indole e per calcolo politico verso i Romani delusi dal comportamento dei Bizantini (come ha testimoniato lo stesso Procopio), volle fare un gesto che per i tempi e le circostanze assume un particolare significato. Arrivato a Montecassino, narra Gregorio I (S. Gregorio Magno, papa dal 590 al 604) nei suoi Dialoghi, si recò a visitare S. Benedetto il quale gli predisse il suo avvenire e gli rimproverò le sue crudeltà. Ed è un'importante testimonianza sull'opera di pace e di assistenza svolta dalla Chiesa in questo turbinoso periodo storico. Comunque i Bizantini finirono per prevalere; ma governarono (male) tutta l'Italia solo per un breve periodo perché un'altra ondata di Barbari, ancora più selvaggi e primitivi perché provenienti dall'Europa centro-settentrionale e quindi lontani dalla romanità, invasero e devastarono la penisola: i Longobardi, guidati da re Alboino (568), che lasciarono ai Bizantini, più forti sul mare, solo alcune zone costiere e le isole. Finora, nonostante la graduale decadenza, la vita nelle città non era del tutto scomparsa e la cultura aveva continuato a dar segni di attività creativa soprattutto nelle abbazie benedettine (quella di Montecassino si sviluppò in mezzo alle vicende della guerra greco-gotica). Con l'avvento dei Longobardi gran parte di questa eredità civile e culturale scomparve per molti anni. Nel 577 circa anche Aquino romana veniva distrutta per sempre (qualche storico posticipa la data e ritiene che venne distrutta da Zotone, duca di Benevento, nel 586 sotto il vescovo Giovino) (2)

Ha scritto S. Gregorio Magno parlando in generale di queste devastazioni:

 "Ubique luctus aspicimus, undique gemitus audivimus, destructae urbes, eversa sunt Castra, depopulati agri, in solitudinem terra reducta est. Nullus in agris incola, pene nullus habitator remansit...Alios in captivitatem duci, alios detruncari, alios interfici videmus" (3).


Caddero bensì le mura, i monumenti e le abitazioni e si diffuse anche la peste; ma restò la fede cristiana, già ben radicata negli abitanti della regione, un bene dello spirito che nessuno poteva distruggere ed anzi tale che gradualmente finì per conquistare anche i Barbari. I Longobardi, infatti, finirono per convertirsi, anche per merito della regina Teodolinda, e di origine longobarda era la famiglia da cui, sia pure dopo molte generazioni, discese nientemeno che S. Tommaso d'Aquino.
A parte la tradizione che vuole ad Aquino lo stesso S. Pietro in viaggio per Roma, è certo che la nuova fede penetrò presto nella città: negli Atti di S. Magno è ricordato un cristiano del III secolo e nei Dialoghi di S. Gregorio Magno si legge che nel 465 Constantius (S. Costanzo) era vescovo della città che nel V secolo era, dunque, divenuta sede diocesana. Si sa anche che l'immediato successore, Severus, prese parte al Concilio di Felice III nel 487. Del VI secolo si ricordano i vescovi Astarius (501-502), Constantius (528-544 circa), Andreas e Iovinus, morto nel 593, dopo la quale data la sede resta vacante per alcuni secoli per la distruzione della città. Si sa anche che la prima cattedrale fu S. Pietro, eretta nel Capitolium, di cui ora rimangono solo le maestose mura romane. Vi fu sepolto per un certo periodo di tempo anche S. Costanzo (4). Parallelamente, mentre con il sopraggiungere dei Barbari una nube di oscurantismo si addensava sulla civiltà romana nel Lazio meridionale, aveva inizio l'opera di ricostruzione iniziata a Montecassino da S. Benedetto a partire dal 529. Da Montecassino la luce della nuova civiltà, romana e cristiana, cominciò a risplendere su tutto il vecchio continente e non senza ragione il Santo è stato proclamato patrono d'Europa. Fu S. Benedetto che, insieme con la santificazione del lavoro ("Ora et labora" fu il suo programma rivoluzionario) introdusse definitivamente il nuovo culto in queste terre, liberandole dalla schiavitù e dal paganesimo:


Quel monte a cui Cassino è ne la costa

 fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;

......................................................

 e  tanta grazia sopra me relusse

 ch'io ritrassi le ville circunstanti

de l'empio còlto che 'l mondo sedusse.

                            (Dante, Paradiso, XXII, vv. 37-45).


Non fu opera di un giorno né di un mese o di un anno, ma nella stagione matura diede i suoi frutti. Quando nella notte di Natale dell' 800 il franco Carlo Magno fu incoronato imperatore dal papa, nell'antica basilica di S. Pietro, la fusione con i Barbari poteva dirsi definitivamente avvenuta sotto il segno di Roma e della Chiesa. Nacque, così, il Sacro Romano Impero.
I Longobardi, sconfitti ma non domati, poterono continuare a governare con Carlo Magno e i suoi discendenti. Conti­nuarono a governare l'Italia centro-meridionale fino a Benevento anche durante la dinastia tedesca di Sassonia (951-1024), particolarmente sensibile al fascino di Roma antica, e ressero anche le terre di Aquino con feudale protervia, spesso in lotta con Montecassino con alterna fortuna. La famosa "Carta capuana" del 960, il primo documento della lingua italiana, doveva servire a por fine ad una di queste contese tra il "signore" di Aquino, un certo Rodelgrino, e i monaci cassinesi per il possesso di terre nelle valli di Comino e del Liri.
È conservata nella biblioteca di Montecassino ed è un placito del giudice capuano Anchisio, incaricato di dirimere la lunga lite, che per scrupolo di obbiettività così registrò le dichiarazioni in "volgare'' dei testimoni incapaci ormai di parlare la lingua latina:

 "Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti ".

Era, evidentemente, una testimonianza a favore del monastero il cui abate era allora Aligerno. Senza entrare qui nel merito della lingua (basterà sottolinearne le caratteristiche inflessioni centro­meridionali), interessa sapere che, tra quelle terre contese ma poi tornate in possesso di Montecassino, c'era anche Roccasecca. Il suo nome compare ancora tra i possessi feudali del monastero nella celebre porta della chiesa abbaziale fatta fondere a Costantinopoli nel 1066 dall'abate Desiderio (poi papa con il nome di Vittore III), rampollo dei duchi longobardi di Benevento.
Nel frattempo Roccasecca era stata fondata, distrutta e ricostruita in un breve giro di anni. Come e quando nacque la nostra Roccasecca? Per rispondere a questa domanda bisogna mettere un po' a fuoco le circostanze storiche. Il ducato di Benevento, dopo la morte di Desiderio ultimo re del Longobardi, aveva finito per trovare un modus vivendi con i Franchi, a loro volta interessati a tenere in piedi questo piccolo stato cuscinetto tra loro e i Bizantini delle Puglie e della Calabria; anzi si era trasformato in un Principato diviso però, secondo le consuetudini feudali, in ducati con sede nelle città più importanti e in contee e gastaldati in quelle minori. Aquino, che dipendeva dalla contea di Capua, in origine era appunto sede di un "gastaldo" . Quando scoppiò la guerra tra Benevento e Salerno (città marinara emula di Amalfi, Sorrento, Napoli e Gaeta, le uniche che conservarono la loro indipendenza e difesero anzi per circa due secoli le nostre coste ma anche Aquino e Montecassino dalle rovinose incursioni dei Saraceni), Capua ne trasse profitto alleandosi con Salerno. Nell'851 il principe Radelchi conservò il ducato di Benevento, ma Salerno con Taranto, Cosenza, Capua e Sora toccò al principe Siconolfo. In seguito a nuove contese, anche Capua finì per rendersi indipendente e il conte Landolfo poté divenire principe della città. Anche il primo gastaldo di Aquino, Rodiperto, ne cercò e ne ottenne i favori, ma il titolo nobiliare gli fu dato nell' 887 dal principe Adenolfo. Tra l'altro poté ottenere anche l'ambita mano di Megalu, figlia del duca bizantino di Gaeta, e occupare buona parte del territorio della badia di Montecassino. Quando nel 949 l'abate Aligerno costruì Rocca Janula anche per difesa contro i Saraceni, il nuovo gastaldo di Aquino, Adenolfo nipote di Rodiperto, distrusse la rocca e trascinò prigioniero ad Aquino l'abate. L'intervento armato del principe di Capua, che as­sediò il Praetorium della città, giovò a liberarlo. Adenolfo dovette restituire anche le terre usurpate, ma poi non solo fu perdonato, ma ottenne anche, nell'anno 984, il titolo di conte di Aquino. Morì poco prima del 985. Il primogenito Rodoaldo fondò il gastaldato (poi contea) di Pontecorvo, il secondogenito Landolfo e poi il fratello Adenolfo (detto Summucula) continuarono a governare Aquino.


Intanto, morto nel 986 l'abate Aligerno che aveva così a lungo e così bene operato per Montecassino da esserne chiama­to "terzo fondatore", nello stesso anno fu designato a succedergli l'abate Mansone con i favori della lontana parente Aloa­ra, moglie di Pandolfo "Capo di ferro" e tutrice di Landolfo principe di Capua cui successe il figlio Laidolfo. Non fu difficile a Mansone farsi donare nel 994 dal principe di Capua tutto il monte S. Angelo in Asprano (dal Grado Malo al Granaro) dove si affrettò a costruire il castello di Roccasecca. Il suo fondatore fu, dunque, un figlio spirituale di S. Benedetto anche se, per la verità, fu più dedito alla politica e alle armi che alla religione, come ha scritto il Tosti nella sua Storia della Badia di Montecassino. In data 994 nel Chronicon Monasterii Casinensis di Leone Marsicano (monaco benedettino, poi cardinale di Ostia per cui fu chiamato anche Leone Ostiense, morto dopo il 1115) si legge che l'abate ricevette in dono quindici fra le più cospicue famiglie di Aquino, l'antico Castro Cielo con tutto il monte S. Angelo e la promessa giurata di protezione:

 " Laydulfus quoque eiusdem Landenulfi frater, qui illi in Principatu successit, quindecim illi (cioè all'Abate Mansone) familias in Aquinensi civitate de majoribus, quae ibi erant, concesit. Cui etiam nono Abbatiae ipsius anno, praeceptum de Castro Coeli, cum toto monte, qui dicitur Sancti Angeli in Asprano, per suas pertinentias, faciens, iuravit illi omnem securitatem, et, ut de tota omnino Abbatia se vivente illum fideliter adiuvaret". 

Al testo sono aggiunte due note. Nella prima si precisa:

 "Regest. num. 15''; nella seconda si legge: "Num. 235. Castrum Coeli possidetur nunc a Duce Sorae sub annuo censu quinquaginta ducatorum solvendo Casinatibus. Praeceptum datum est 4. Idus Decembris, indict. 8 hoc est, inchoata a Septembri anni 994".

Subito dopo si legge che Mansone, salito sulla vetta del monte, dove trovò antiche abitazioni (quasi certamente di profughi sfuggiti alle passate invasioni), per mancanza di acqua preferì scendere più in basso e costruì Roccasecca su di un lato del monte:

 " In praefati itaque montis summitatem idem Abbas ascendens, cum nonnulla inibi veterum aedificia repperisset, voluit ibi in Castrum construere; sed propter acquae penuriam id facere dissuasus, descendid, et in latere eiusdem montis Roccam, quae Sicca nuncupatur, aedificavit.". 

In nota si legge: "Paulo post ab Adenulfo Summucula funditum eversam, cap. 16. Iterumque instauratam, ac demum in Aquinensium Comitum ius migratam. Ubi auspicatissimo sidere primam lucem aspexit magnum Ecclesiae lumen Thomas Aquinas..." (5)

A parte il preciso riferimento al luogo di nascita di S.Tommaso, ovviamente posteriore al testo di Leone Marsicano, sarà bene sottolineare:
1) Il nome di Roccasecca deriva dalla mancanza di acqua sul monte Asprano e all'interno della cinta di mura (ma l'ap­provvigionamento, oltre che naturalmente con l'acqua piovana, era possibile a valle, ad esempio a S. Francesco).
2) Lo scopo della fondazione della rocca è facilmente intuibile se si pensa che sin dai tempi di Rodiberto, che (come già sappiamo) fu gastaldo di Aquino a partire dall'887, i Longobardi non avevano mai cessato di attentare all'integrità terri­toriale dell'Abbazia: uno scopo, dunque, eminentemente difensivo. Evidentemente la "Carta capuana" del 960 non era bastata a dirimere la lunga contesa fra Montecassino ed Aquino.
3) Sulla data, poi, nessun dubbio è possibile: il terminus a quo è il 994 che è l'anno che per noi conta di più. Ovvia­mente anche Roccasecca non fu costruita in un mese (nel mese di dicembre in cui avvenne la donazione) e neppure forse in un anno (il seguente 995). Come terminus ad quem bisogna tener presente il 996, l'anno in cui Mansone fu accecato (6).
Certo quelli erano tempi duri e dura era la vita nel castello tra uomini armati e nel misero "borgo" degli artigiani, dei pastori e dei contadini. La lotta fra i "signori" feudali era spesso feroce e senza risparmio di colpi: come già si è detto, nel 996 Mansone moriva accecato ad opera del principe di Capua, divenuto alleato dell'aquinate Adenolfo (detto Summucula) che a sua volta approfittò della crisi dell'Abbazia per conquistare e distruggere dalle fondamenta il castello di Roccasecca e per annetterne il territorio fra i suoi domini feudali. Si legge, infatti,nella cronaca di Leone Marsicano:

 "Praeerat eo tempore in Aquinensi gastaldatu Adenulfus cognomento Summucula, abavus erorum, qui nunc dicuntur Aquinensium Comitum, qui mox ut Abbatem caecatum agnovit, hilaris effectus Roccam vocabulo Siccam, quam idem Abbas paulo ante construxerat, funditus everit"" (7).

Subito dopo il Mille, tuttavia, il castello (tornato agli Aquinati) fu ricostruito. L'archeologo Michelangelo Cagiano de Azevedo così lo descrive:

 "Il Castello è costituito da un mastio con una torre piazzato all'angolo sud-est di una cinta quadrata di mura, rinforzata agli angoli da bastioni quadrangolari e semicircolari. Una cortina di mura merlate si dirige verso est fino ad una torre isolata - di costruzione, peraltro, più tarda - mentre altre due cortine, scandite da torri merlate, anche esse semicircolari e quadrangolari, scendono lungo le pendici settentrionale e occidentale del monte, includendo nel loro perimetro anche il semidiruto borgo medievale detto "Castello". Più a valle, sull'ultima gibbosità del monte verso la pianura, a Colle Granaro, sono i resti di un fortino medieva­e, certamente connesso con i1 castello di monte S. Angelo, posto a guardia del non lontano ponte sulla Melfe, il cosiddetto "ponte vecchio", fortino i cui ruderi furono stranamente interpretati come quelli della antica Duronia" (8).


Il de Azevedo precisa anche che il castello, incendiato nel 1125 dalle truppe papali, fu riedificato nel 1177: "I ruderi che si vedono, salvo alcune aggiunte posteriori, appartengono essenzialmente a questa fase" (9).
Non cita, però, la fonte di queste notizie che trovo solo nella voce Rocca Secca del Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli del 1804 (nuova edizione 1852), un libro che doveva trovarsi in casa Azevedo (10). Tra una sequela di errori storici vi si legge: "Ricostruito lo diede alle fiamme Papa Onorio nel 1125. Nel 1177 vi si rinchiusero i conti di Aquino Pandolfo e Rinaldo figli di Landone, e sostennero un assedio, levato poi, per la sua difficoltà e per la morte dell'Imperatore Enrico". Dell'Azevedo archeologo c'è da fidarsi quando indica genericamente la "fase" storica alla quale appartengono i ruderi delle mura, ma le date indicate lasciano più perplessi che dubbiosi.

Secondo la cronaca di Ceccano papa Onorio III avrebbe distrutto Roccasecca nel 1125: "Venit Onorius Papa cum maxima gente, et cremavit...Roccasiccam"; ma lo Scandone giustamente ha scritto: "La notizia tratta dagli Annales Ceccanenses è vera, ma si riferisce ad un'altra Roccasecca. Infatti è noto che... esiste anche "Roccasecca dei Volsci" nello stato pontificio" (11). Anche la data dell'assedio è errata: 1197 e non 1177, ma forse si tratta di un errore di stampa.
Tra gli oggetti rinvenuti recentemente sul monte Asprano spicca una brocchetta monoansata, forse dei secoli X-XI, che probabilmente insieme ad altre era stata usata per alleggerite il carico di una volta a cupola o a botte. Infatti porta segni evidenti di essere stata strappata dalla malta per cui si è rotta in tre frammenti poi rincollati ed ha anche un largo squarcio alla base. Presenta un corpo biconico su base piana, un collo molto largo e basso con orlo arrotondato e aggettante in fuori e un'ansa rotta probabilmente tubolare. È di argilla depurata e tenace e di tonalità ocra-rosata. Lo spessore delle pareti è di cm. 0,4, l'altezza di cm. 10, la circonferenza mediana di cm. 9 e la bocca di cm. 5. Presenta un lontano ricordo classico romano nella doppia conicità del corpo e un altro di origine pannonica nella forma del collo tronco-conico rovesciato: insomma è un poculo romano-longobardo, secondo il Giannetti che mi ha illustrato il reperto (12).
Chi ora si aggira tra queste mura e, di sentiero in sentiero, si arrampica magari fino alla torre più alta (bisognerebbe mi­gliorarne la strada di accesso) ha veramente la sensazione di entrare nel mondo della fantasia, di vivere smemorato e pacificato in un tempo remoto. Né minore è il fascino delle tradizioni popolari che animano queste torri e queste mura e perfino le profonde cavità del monte (si pensi alla leggenda, tipicamente medioevale, di Malco). Verrebbe voglia di riferirne qualcuna, ma il ritmo della storia non sopporta le soste della fantasia.


In realtà dopo il Mille qui si visse tutt'altro che in pace: i conti di Aquino erano, anzi, più che mai impegnati nella lotta per la sopravvivenza del loro casato, specialmente dopo la venuta dei Normanni nell'Italia meridionale (1035) e la fine del principato longobardo di Capua (1058) ad opera del normanno Riccardo di Aversa. A queste vicende tennero dietro quelle, inizialmente non meno perigliose, della lotta tra papa Leone IX e Roberto il Guiscardo. In quei frangenti Adenolfo V e Landone II di Aquino parteggiarono per il papa; ma i loro discendenti nel 1067 si videro privati della contea da Ric­cardo di Aversa. In un documento dell'Archivio di Montecassino (caps. XXXVI) dell'anno 1070 tra Castrocielo, Aquino e Roccasecca si stabilirono confini diversi con diversa giurisdizione. F. Scandone ne traeva la conseguenza che Roccasecca allora "nulla aveva a vedere con Aquino" perché, "essendo due feudi separati, le due città dovevano avere giurisdizione territoriale diversa" (13). Nel 1075, scomparsi ormai gli ultimi resti del dominio longobardo, Landone IV fu costretto ad entrare definitivamente nell'orbita normanna come "fedele" di Roberto il Guiscardo. Naturalmente anche Roccasecca subì queste alterne fortune e, in alcune circostanze (come all'epoca di Landone III), tornò sotto la protezione di Montecassino, tornò cioè a far parte della "Terra di S. Benedetto" come si evince dalle porte di bronzo del 1066 della basilica abbaziale. Vi sono incisi i seguenti nomi: Vallis rotunda, Saracenicum, Cardetus, Aqua Fundata, Vitecusum, Villa de Venafro, S. Urbanus in Comino,Castrumceli, Roccasicca, Villa S. Gregori. Nella prima metà del secolo XII (1137) l'imperatore Lotario III non solo confermava a Montecassino gli antichi possedimenti, ma aggiungeva la contea di Teano tolta al principe Pandolfo e la contea di Aquino con i castelli di Arce, Picinisco, Roccasecca, Castrocielo, Vallerotonda, Satacinisco, Cardito, Acquafondata e Viticuso, costretti a cambiare "signore" a seconda del vento che spirava. Ma, in seguito, il trionfo dei Normanni rese vana questa donazione.

Nel 1139 la pace di S. Germano tra Innocenzo II e Ruggero II segnava un'altra vittoriosa tappa dei Normanni e di Rug­gero II nell'Italia meridionale e, conseguentemente, la decadenza e poi la fine della contea di Aquino. L'ultimo legittimo possessore del titolo di conte fu Landone IV i cui figli, Pandolfo e Rinaldo, diedero origine a due rami diversi: Pandolfo fu "dominus Aquini" (e quindi non più conte), Rinaldo fu "signore di Roccasecca" ed ebbe in possesso anche un terzo del feudo di Aquino con Cantalupo e Isola, oltre a Monte S. Giovanni Campano concesso dal papa Adriano IV in cambio di Montelibretti. Rinaldo fu appunto il capostipite dei "de Aquino di Roccasecca" (1157) da cui discende S. Tommaso (14)

Fu allora che, verisimilmente, furono innalzate le mura che ancora si vedono a difesa del borgo Castello, come ha ben detto il nostro Azevedo, e fu un'opera quanto mai necessaria, dati i tempi e le necessità del nuovo casato. Infatti solo con questo baluardo nel 1197 i "signori" (ma non "conti") di Roccasecca Rinaldo II e Landolfo (futuro padre del Santo), "fe­deli" agli ultimi re Normanni ai quali erano legati in qualità di "milites" (cavalieri), poterono superare un'ardua prova, l'as­sedio delle truppe dell'imperatore Enrico VI di Svevia, comandate da Ottone fratello di Diopoldo che era il castellano di Arce: "Tunc etiam Oddo frater ipsius (Dyopuldi) ad espugnandam roccam Siccam, in qua se Raynaldus et Landulfus de Aquino fratres contra imperatorem receperant, ab ipso imperatore dirigitur" (15). Solo la notizia della prematura morte del re e imperatore indusse Ottone a togliere l'assedio: "Et tunc fama discurrente per regnum (della morte di Enrico VI) dictus Oddo frater Dyopuldi comitis, rupta obsidione rocce Sicce discedit, et se contulit ad roccam Arcis" (16). A sostenere l'assedio avevano certo contribuito non poco le robuste mura che ancora vediamo resistere al tempo (ma avrebbero bisogno di un restauro conservativo).

L'anno seguente, morta anche la "gran Costanza" di dantesca memoria, i "de Aquino" di entrambi i rami sostennero le parti del piccolo Federico di Svevia (il futuro Federico II) contribuendo efficacemente al trionfo della sua parte. Quando nel 1210 l'imperatore guelfo Ottone IV mandò le sue truppe guidate da Diopoldo ad attaccare la ghibellina Aquino, Lan­dolfo contribuì efficacemente alla difesa della città e Diopoldo dovette ritirarsi. Nel 1220 Federico II lo ricompensò per la lunga fedeltà creandolo Giustiziere di Terra di Lavoro, una delle più alte dignità del regno. Ancora nel 1229 fu dalla parte dell'imperatore e difese Cassino contro i Clavisegnati papalini che avevano invaso la Terra di Lavoro. Morì il 24 dicembre 1243.

Poi i "de Aquino" si divisero in occasione della cosiddetta "congiura di Capaccio", ordita nel 1246 contro l'imperatore. I figli di Landolfo, avendo preso parte alla congiura dei baroni napoletani, furono allora privati dei loro beni. Due fratelli di San Tommaso, Rinaldo e Landolfo, vi perdettero la vita (17). Un altro fratello, Filippo, morì in esilio ed altri si dispersero nella Campagna romana. In compenso la politica filo-papale del ramo di Roccasecca fruttò i favori di Innocenzo IV e dei successori Alessandro IV, Urbano IV e Clemente IV. Entrati ormai nell'orbita guelfa, a differenza dei loro parenti ghibellini, i "de Aquino di Roccasecca" Pandolfo e Rinaldo, figli di Filippo, parteggiarono per Carlo d'Angiò contro Manfredi e gli propiziarono la conquista del regno di Sicilia, come allora si chiamava l'Italia meridionale. In tale circostanza essi marciarono al fianco del re angioino che poté traversare il ponte di Ceprano senza colpo ferire. Perciò dopo la battaglia di Benevento (1266) e quella di.Tagliacozzo (1268), scomparsi gli ultimi re Svevi, le sorti dei due rami della casata si capovolsero a favore di quello di Roccaseca che riebbe gli antichi feudi e raggiunse una posizione di primo piano; ma dei tanti fratelli del Santo solo Aimone II era sopravvissuto alle traversie di quegli anni. Gli successe Tommaso che ereditò un terzo di Roccasecca insieme con altri "de Aquino".

Note

(1) P. da Cesarea, La guerra gotica, L. II, cap. 20 (traduzione di D. Comparetti).

(2) Su questa disputa storica cfr. P. Cayro, Storia civile e religiosa della diocesi di Aquino, I, op. cit., pp. 18-20.

(3) S. Gregorio Magno, Homzlzàe, libro II, 6.

4) Per queste dubbie notizie cfr. M. Cagiano de Azevedo, Aquinum, op. cit., pp. 17-18. Altre notizie, ma più incerte, si possono attingere dall'opera di P. Cayro, Storia civile e religiosa della diocesi di Aquino, II, op. cit., pp. 198 e sgg. Cfr. anche T. Sdoja, Storia religiosa di Pontecorvo, Sora, Tip. Pasquarelli, 1938, p. 51 e pp. 55-63.

(5) Per il testo, tratto dal libro II, cap. 14, del Chronicon di L. Marsicano, ho seguito quello di L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, vol. IV, Milano, 1723.

(6) Sulla storia di Roccasecca dal 994 alla fine del Settecento è fondamentale, anche per la ricchissima bibliografia (che qui ho aggiornato) e per la voluminosa documentazione d'archivio, l'opera in parte postuma di F. Scandone, Roccasecca, patria di S. Tommaso de Aquino, in "Archivio storico di Terra di Lavoro", Caserta, 1956 (pp. 33-176), 1959 (pp. 7-51), 1960-64 (pp. 7-94). Ad essa, che è una miniera di notizie, rimando fin d'ora coloro che desiderano conoscere altri particolari sulla storia di Roccasecca. Se ne auspica il completamento e la pubblicazione in volume.
­
(7) L. Marsicano, Chronicon, op. cit., cap. 16.

(8) M. Cagiano de Azevedo, La chiesetta di S. Tommaso presso il Castello di Roccasecca, in "Palladio", n. I-IV, gennaio-dicembre 1963, p. 32.

(9) Ibidem, p. 32.

(10) Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 49.

(11) F. Scandone, Roccasecca, patria di S. Tommaso de Aquino, III, op. cit., p. 36, nota 2.

(12) Cfr. O. Mazzuccato, La ceramica laziale nell'Alto Medioevo, Roma, 1977, p. 24,  fotografia in D. Ascolano, Roccasecca, terra di S. Tommaso, Cassino, Pontone, 1979, p. 25.

(13) F. Scandone, Per la controversia sul luogo di nascita di S. Tommaso d'Aquino, Napoli, M. D'Auria, 1903, pp. 62-63.

(14) Sulla genealogia dei "de Aquino" dall'860 al 1367 cfr. F. Scandone, Per la controversia sul luogo di nascita di S. Tommaso d'Aquino, op. cit., p. 28. Sulla genealogia dei due casati "de Aquino" in questo periodo cfr. A. Toso, S. Tommaso d'Aquino e il suo tempo, Roma, Nuove Edizioni Giuridiche, 1964, pp. 263-264.

(15) Riccardo da San Germano, Cronica, a. 1197.

(16) Ibidem.

(17) Sull'argomento cfr. P. Giannone, Storia civile del regno di Napoli, passim,. Il fratello del Santo non è da identificare con il noto poeta della scuola siciliana Rinaldo d'Aquino, nato forse a Montella in Irpinia da un ramo collaterale dei "de Aquino" ed autore, tra l'altro, del "lamento" per la partenza del crociato Giammai non mi conforto.