Roccasecca in Arte

di Nicola Severino

 

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PERCHE’ ROCCA D’AQUINO:
Roccasecca nel suo secondo millennio

 

di Mario Izzi De Vincolis, Rocasecca 2001

(liberamente tratto da Mario Izzi De Vincolis, All'ombra degli Archi, Roccasecca, 2001)


Da tempo sostengo che bisogna modificare il nome del paese. Senza, tuttavia, cambiarlo per intero, ma sostituendo soltanto una delle due parole - l'aggettivo ; di cui esso è composto. Vale a dire, mutando la parola "secca" con un'altra più idonea ed appropriata che serva, oltre che a perpetuarne l'origine, a renderne palesi storia e memorie.
 

Ritengo che nessuno, scevro da pregiudizi e sentimentalismi, abbia difficoltà a riconoscere che la denominazione di "secca" aggiunta alla Rocca non corrisponda - e da tempo - alla realtà. Si può, infatti, affermare che, dall'alto dei suoi dieci secoli di storia, per più della metà di essi la Rocca non abbia corrisposto a quella qualificazione, alla ragione, cioè, che l'aveva motivata.
 

Si sa, invero che fu l'Abate di Montecassino Mansone, detto l'armigero per le sue vicissitudini guerresche e che ne fu il fondatore nel 994, a suggerire il nome allorché scelse il posto per costruirla, a difesa delle terre del Monastero, sul versante di nord-ovest. E lo fece per sottolineare già nella denominazione del luogo, l'inesistenza lassù del prezioso liquido, indispensabile alla sopravvivenza per chi si fosse accinto ad usare o attaccare la struttura.
 

Ma una volta finiti quegli anni e completato il processo socio-economico che va sotto il nome di "'fine del medioevo"; allorché il Castello del Signore fu abbandonato, quella denominazione non avrebbe dovuto più esistere, avrebbe dovuto nella realtà essere modificata. Ciò per il semplice fatto che, nei luoghi prescelti per i nuovi insediamenti, l'acqua era dovunque disponibile. Non meno e non più di quanto all'epoca non ve ne fosse negli analoghi borghi delle contigue comunità.
 

Le tre località sottostanti alla Rocca, dove si sparsero gli abitanti del vecchio maniero nel tumultuoso processo di avvio all'età moderna - Castello, la Valle, Caprile ; erano infatti provviste, come tuttora sono, di numerose polle di acqua sorgiva anche se, ora come allora, per lo più abbandonate al loro disordinato e non di rado dannoso deflusso.

Basta, d'altra parte, osservare dall'alto la posizione geografica della zona, che ci si mostra in tutta evidenza come uno dei punti terminali del pre-appenino marsicano meridionale, e,
perciò, luogo di confluenza delle acque di scolo degli adiacenti bacini orografici sino al limite di pianura in cui il Líri riversa le acque nel Gari, formando il Gariglíano. E, in basso, è illuminante l'esame della composizione morfologica del terreno - cretoso e saponoso - per darsi ragione delle numerose vene acquifere anche di superficie, site dovunque si volga lo sguardo.
 

Ritenuta, dunque, la denominazione della Rocca non rispondente alle caratteristiche topo-morfologiche dei suoi attuali insediamenti e considerata, perciò, non solo valida la posizione del problema ma necessaria e indílazionabile la sua soluzione, resta da formulare il suggerimento di come dovrebbe e potrebbe sostanzíarsi il cambiamento. Come, cioè, dovrebbe essere chiamata la Rocca una volta privata del suo "eponimo"; per dirla coi grammatici, di "secca"; restando intesi che la specificazione da scegliere debba valere non a deprimerla e a falsamente qualificarla, come sin'oggi s'è fatto, ma a caratterizzarne l'essenza in modo da riuscire a indicarne già nel nome gli attributi, l'origine, la storia.
 

A questo punto non ho difficoltà a suggerire "d'Aquino". Il paese, cioè, lo chiamerei nel suo insieme "ROCCA D'AQUINO". E non solo e non tanto per ricollegarsi al casato dell'illustre concittadino, che da secoli ha reso noto nel mondo civile il nostro semplice e rustico borgo, ma anche e soprattutto per ripercorrere le ragioni che avevano a suo tempo indotto gli stessi antenati di Tommaso a fregiare il loro casato con la denominazione di "de Aquino'; convinti che avrebbero aggiunto lustro e notorietà al loro blasone non certo sconosciuto di vecchi cavalieri germanici. Non si dimentichi, tra l'altro, che la stessa madre di Tommaso - Teodora di Napoli - era nipote di Federico di Hohenstaufen, duca di Svevia, divenuto imperatore del Sacro Romano Impero'. Sì, il Barbarossa, proprio lui.
 

Senza indulgere ad insulsi quanto ingiustificati campanilismi e tenendo conto dei fatti che ci sono storicamente pervenuti, si sa che la zona nella quale sorse mille anni or sono la Rocca apparteneva territorialmente e socialmente ad Aquino, dal cui centro dista poco meno di dieci chilometri, anche se il terreno su cui fu materialmente costruito il Castello era di proprietà del principe di Capua, che ne fece donazione al Monastero di Montecassino.
Nella "Storia di Roccasecca" di Dario Ascolano (Ed. Pontone -1988) - è anche precisato che tra le terre della Valle di Comino e del Liri, contese tra il signore d'Aquino Rodelgrino ed i monaci cassinesi, di cui alla famosa `Carta Capuana" del 960 - il primo documento della lingua italiana, conservato nella Biblioteca benedettina ("Sao ko kelle terre per kelli fini que ki contene le possette parte Sancti Benedicti") - c'era pure parte del territorio attuale di Roccasecca (op. cit. pag. 59).
 

È comunque indubbio che attorno ad Aquino orbitava la nostra pianura. È anzi storicamente certo che Aquino, ai tempi della Roma imperiale, ebbe una fiorente industria per la tintura delle vesti. E nel territorio del nostro Comune sono conosciute località ancora chiamate "Panniglia" e "Pannucciara'; con ogni verosimiglianza per il fatto che in quei luoghi l'attività esplicata doveva avere qualcosa in comune con i panni.
Parimenti è fatto storico accertato che D.G. Giovenale, avvocato e poeta, figlio d'un liberto ricco mercante di Aquino, vissuto a cavallo del I col II secolo dopo Cristo, avesse una villa nella sua città, là dove invitava i suoi amici romani a godersi le bellezze della campagna e gli svaghi della caccia.
 

I resti di tale villa sono, com'è noto, síti in territorio compreso ora nel nostro comune, nella frazione di San Pietro a Campea, che a quei tempi era parte integrante del territorio aquínate insieme con Piedimonte, Castrocielo e Pontecorvo (M. Cagiano de Avezedo: "Aquinum" - Roma - Ist. Storico di studi romani, 1949).
Ed Aquino, conquistata da Roma sul finire del IV secolo a.C., fu poi trasformata in sua colonia, dove fu -fra l'altro - confinato Dolabellaz dall'imperatore Ottone succeduto a Galba nel turbinio degli anni 69/70 d.C. (Tacito, "Historiae" - L.I. cap. 88). Ma si vide riconoscere dalla futura "caput mundi" il diritto di continuare a battere monete, unica tra le città conquistate della regione, come opportunamente nota Dario Ascolano nella citata "Storia di Roccasecca". Ciò che dimostra quale fosse già allora - nel IV secolo a.C. - il livello di sviluppo e di civiltà raggiunto dalla città.
 

Se questi sono - come in realtà sono - gli antichi illustri precedenti storici del luogo, e se la prospettiva del paese deve essere - come a mio avviso è giusto e opportuno che sia - quella delineata dal Sindaco nella dichiarazione da lui resa e pubblicata nel luglio '96 sul "Messaggero" - e cioè la valorizzazione turistica del luogo attraverso la salvezza delle vestigia del Castello con l'annesso sistema murario di cinta ancora visibile -, credo si debba sin d'ora, e già nel nome del paese, annunciare chiaramente la nuova prospettiva di sviluppo.
 

E se non bastassero le pur fondamentali e varie ragioni sopra esposte, dovrebbe essere sufficiente inquadrare il problema nella attuale civiltà dell'immagine per convincersi che il cambiamento del nome non solo è necessario ma è indispensabile.
Qualcuno ha opposto alla tesi del cambiamento del nome le difficoltà che sorgerebbero per la identíficazione degli abitanti. Ci si troverebbe a dover ripetere per i "roccaseccani" l'appellativo dei nostri vicini aquinati.
Il problema in realtà non esiste.
 

Una volta cambiato come suggerito il nome del paese - chiamatolo, cioè "Rocca d'Aquino" ; gli abitanti potrebbero conservare la denominazione attuale di "roccaseccani" così come avviene ed è avvenuto in tanti altri paesi d'Italia che hanno avuto e risolto analoghi problemi. Così è stato, ad esempio, per Ivrea, i cui abitanti si chiamano "eporediesi" dal vecchio nome della città, e, per restare tra noi, per Fiuggi, i cui cittadini hanno anche conservato l'appellativo di "anticolani" in ossequio all'antíca denominazione - ANTICOLI - della cittadina ciociara.
Certo che occorrerà il pronunciamento della popolazione.
In base alla legge vigente, bisognerà svolgere un "referendum" tra gli abitanti, í quali, una volta orientati, sono sicuro che non si tireranno indietro.
E sarebbe l'occasione, cambiando il nome, per distinguersi dall'altra Roccasecca (dei Volsci), in provincia di Latina, che non pochi equivoci continua a provocare nella individuazione del luogo, delle persone e dei beni. Confusione avvenuta anche per rilevanti eventi storici del passato, come, ad esempio, la distruzione della Roccasecca dei Uolsci nel 1125 ad opera delle forze di papa Onorio III, che qualche autore ha creduto di poter, invece, vedere in una mai avvenuta, a quel tempo, distruzione della nostra omonima Rocca (cfr. Dario Ascolano, op. cit., pag. 65).
 

Un dibattito preventivo sui "pro" ed i "contra" sarebbe a questo punto auspicabile.
Più significativo e stimolante, tuttavia, sarebbe se venisse iniziato o proseguito a livello più qualificato. La vigilia elettorale potrebbe esserne utile occasione.
gennaio 1997
M.I.


Note

1) Sulla genealogia dei d'Aquino, vedasi quanto documentato da Agostino Toso in "Thomas de Aquino, Il luogo di nascita ed il pensiero giuridico del Santo dottore" Sora, Tip. Uberti-Pisani, 1936, pagg. 10, 25 e 26 e affermato da W. Weischedel, "I grandi filosofi tra pensiero e vita quotidiana", CDE, MIlano, 1997, pag. 95.
 

2) Discendente del Dolabella, console e genero di Cicerone per averne sposata la figlia Tullia (C. Tacito, Historiarum Liber Primus, Introduzione e commento di A. Schiavo - Lena - Signorelli - Milano, 1933, pag. 188).