Roccasecca in Arte

di Nicola Severino


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"LA POLVERE DI ROCCASECCA"

di Nicola Severino

Tra i roccaseccani moderni, pochi o forse nessuno, sa cosa sia la cosiddetta "polvere di Roccasecca". Una notizia che ho appreso casualmente durante alcune ricerche di storia locale. Tra i pochissimi che ne hanno sentito parlare, presumibilmente nessuno sa in cosa essa consisteva. Fino a prova contraria, quindi, ritengo questa notizia una mia casuale scoperta. La "polvere di Roccasecca" era certamente un preparato medicinale, più o meno popolare, a base di erbe curative. Il passo che segue è quanto si legge nella approfonditissima Storia di Roccasecca del compianto Dario Ascolano, pubblicata a Roccasecca dall'Amministrazione Comunale nel già lontano 1988:

«Forse vendevano già la ben nota “polvere di Roccasecca”, un estratto di medicinali. Su questo “toccasana” per ogni malattia giravano, due secoli dopo, varie voci. C’era chi ne conosceva una ricetta chi un’altra; ma la più accreditata veniva attribuita ai Ricozzi che vantavano in materia una lunga tradizione familiare che si faceva risalire a un cappuccino francese di passaggio...».

E' certo che la ricetta di questo "toccasana" non poteva essere solo frutto di credenze popolari, ma derivava, nella sua forma più accreditata, a una qualche formula di erboristeria trovata da un esperto, probabilmente un monaco "cappuccino, francese di passaggio", come dice la tradizione. Ma nulla si dice e niente si sa sui suoi ingredienti.

Ciò che ho scoperto durante le ricerche per questo sito invece è proprio l'ingrediente principale di questa "polvere di Roccasecca", che proviene maggiormente da Caprile. Forse non tutti sanno che il tratto di costone roccioso che si estende da Roccasecca a Caprile e dove passa la vecchia strada "pedemontana", è uno dei più ricchi di erbe aromatiche della zona. Proprio ultimamente (maggio) sono rimasto sorpreso nel passeggiarvi e notare che erbe aromatiche come la santoreggia, la maggiorana ed altre, vi crescono a cespugli enormi ed espandono il loro immenso, fragrante, odore per tutta la zona, stimolando l'appetito del viandante!

Insieme a queste erbe una volta si raccoglieva la "Carlina acaulis", la cui scheda tecnica la lascio per ultimo per i lettori più esigenti, che è l'ingrediente base e principale della "polvere di Roccasecca", con i suoi miracolosi effetti terapeutici che hanno reso famosa la "polvere" per secoli, quando la medicina ufficiale non era ancora all'altezza di competere con l'erboristeria del monachesimo rinascimentale (non si dimentichi che non molto lontano da noi c'erano i monaci di Montecassino, Casamari e di Trisulti che dovevano avere officine erboristiche specializzate tra le migliori d'Italia e forse d'Europa).

Ma la prova che la Carlina acaulis è l'ingrediente principale della "polvere di Roccasecca" con i suoi benefici effetti l'ho trovata nel seguente passo del libro "Saggio sulle qualità medicinali delle piante della flora napolitana" di Michele Tenore, pubblicato nel 1820:

La Carlina (Carlina acaulis Cl. Syngenesia) è pianta perenne che nasce nelle alte montagne del nostro regno. La radice è fornita di olio essenziale, è di sapore acre aromatico-amaro. Si usa in polvere come diaforetico nelle febbri, e forma il principale ingrediente della "polvere di Rocca Secca". Come stomachina è decantata per preservativo della podagra. Si propina nel vino alla dose di 1 o 2 dramme.

 

La Carlina acaulis fotografata da Marinella Zepigi e tratta dal sito-forum www.funghiitaliani.it in cui si può leggere anche la seguente scheda tecnica:

Carlina acaulis L.

Famiglia: Compositae
Nomi volgari: carlina bianca, articiochi de monte, pan de l’alpin, tiroliro, buralze, spin de prà, carlina segnatempo, semprevivo, cardo di S. Pellegrino.
Etimologia: il nome generico da Carlo Magno che attribuì alla pianta il potere di curare la
pestilenza sembra che lo stesso Linneo, attribuisse e dedicasse tale
pianta all'imperatore.
Altri ipotizzano un riferimento a Carlo V, in realtà appare più probabile, una banale deformazione della parola "carduncolos", diminutivo di cardo e il nome starebbe quindi, per piccolo cardo. Acaulis perché generalmente priva del gambo.

Morfologia:
pianta erbacea, perenne, o bienne a crescita lenta, con fusto di colore brunastro, che, nonostante il nome "acaulis", si presenta, ora breve o assente, ora alto fino a 30 cm, a volte ramificato. Rizoma robusto, amaro, che emana odore fetido.
Le foglie, quasi tutte basali, sono disposte in rosetta lunghe sino a 20 cm, sono picciolate, con lamina oblungo-spatolata, pennatosetta, profondamente divise, glabre, coriacee e spinose.
Al centro della rosetta, un solo grande capolino che può raggiungere i 15 cm di diametro completamente avvolto da brattee: le esterne sono fogliacee, le mediane sono brune, dentate- spinose, quelle interne sono lineari, bianche e brillanti, somigliano a fiori ligulati. I fiori tubulosi di sono colore bianco sale o rosa .
I frutti sono acheni minuti di penne.

Distribuzione – habitat – fioritura:
diffusa in buona parte dell’Europa centrale, in Italia è comune in tutte le regioni settentrionali e centrali, più rara nelle regioni meridionali, assente nelle isole. Vegeta nei pascoli, negli ambienti rocciosi e nei prati secchi, predilige terreni silicei e calcarei, dove fiorisce da giugno a settembre, sino a 2.200 m.

Proprietà ed usi:
nella medicina popolare viene utilizzata la radice che ha proprietà diaforetiche, diuretiche, amaricanti, digestive, carminative, diaforetiche, purganti, cicatrizzanti, sudorifere e febbrifughe.
Un uso eccessivo della carlina può provocare vomito e diarrea, ed è quindi indispensabile che
ogni trattamento terapeutico, venga effettuato sotto stretto controllo medico.
Nel passato la carlina era un’erba importante ed era classificata come allessifarmaco (antidoto ai veleni), proprio per questo era coltivata nei giardini dei monasteri, gli antichi Sassoni la consideravano un amuleto contro il malocchio e ogni malattia. Oggi è un’erba poco usata poiché esistono rimedi più efficaci.
Veniva usata per lenire il mal di denti, la polvere della radice, che veniva anche fumata, serviva per curare la scabia ed altre malattie della pelle, le vesciche e le piccole piaghe.
L’infuso di polvere di radice nel vino rosso era indicata contro i reumatismi e come rimedio sudorifero negli stati febbrili.
Il decotto di carlina può essere usato per detergere la pelle colpita da eczema e da acne.
I ricettacoli dei capolini, noti come “pane del cacciatore”, sono eduli, utilizzabili come i cuori dei carciofi, oppure tagliati a piccoli pezzi, messi a cuocere con lo zucchero in poca acqua, fino ad ottenere una purea dolce-piccante, ottima da utilizzare come la mostarda.
Le radici invece, tagliate a rondelle e private della parte interna legnosa, possono essere utilizzate per fare canditi, una prelibatezza se coperti di cioccolato.
La carlina è ricca di inulina, uno zucchero digeribile anche dai diabetici.
Le foglie secche o essiccate riescono a cagliare il latte.
Sovente viene usata come pianta ornamentale nelle composizioni di fiori secchi.