Roccasecca in Arte

di Nicola Severino


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Il patrimonio artistico di Roccasecca: appunti per una ricognizione


G. Guarnieri



I
Il contesto storico: le date

Fig. 1 Veduta del monte Asprano con la chiesa di S. Tommaso e i resti della rocca medioevale.

Da Storia di Roccasecca, 1988, di Dario Ascolano.

 

Il nucleo vitale del patrimonio culturale di Roccasecca è nei suoi preziosi resti medioevali, inseparabili dalla suggestiva figura del filosofo e dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, nato attorno al 1225 nella rocca di monte Asprano, allora residenza dei suoi genitori, i signori de Aquino ( fig.1 ).

Le vicende di Roccasecca e del suo territorio, dagli insediamenti più antichi di epoca preromana e dalla fondazione della rocca ad oggi, sono state documentate dallo storico Dario Ascolano in Storia di Roccasecca nel 1988, ed è grazie a questo libro se oggi possiamo avere un quadro attendibile della cronologia del paese. Roccasecca si è formata nel tormentato contesto storico che vedeva il sovrapporsi della cultura longobarda e normanna a quella più raffinata dell'Abbazia di Montecassino: dall’887, con Rodiberto, gastaldo di Aquino, i Longobardi insidiavano l’integrità territoriale dell’Abbazia, in una lotta estenuante che mirava al controllo del sistema locale di rocche difensive, e nel 994 l’abate Mansone di Montecassino si fece donare dal principe di Capua Landolfo una parte del massiccio dell’Asprano per costruirvi il castello, in un luogo che era già da tempo un complesso villaggio fortificato, una terra alta che prende il nome dalla cronica mancanza di acqua. Il paese allora si concretizza attorno a questa rocca entro il 996, quando Mansone viene accecato e ucciso, e il castello subisce la prima delle sue tante distruzioni e ricostruzioni, ma i rinvenimenti archeologici di oggetti databili ai secoli X e XI sul monte Asprano documentano la crescita ininterrotta di questo sito altomedioevale.
 

Fig. 2 Abbazia di Montecassino: nella porta bronzea del 1066 figura il nome di Roccasecca.

Foto Polo Museale Romano

 

Nel 1058 ha fine il principato longobardo di Capua e subentrano i Normanni di Aversa, già presenti in Campania dal 1035; nel 1066 Roccasecca è compresa nel territorio governato dall'Abbazia di Montecassino, e ce lo dice un documento storico di eccezione, la porta bronzea dell'Abbazia ( fig. 2 ), dove Roccasicca figura accanto alla vicina Castrumceli nell' elenco dei luoghi che costituiscono la Terra di S. Benedetto governata dal grande centro benedettino.
Negli anni ’70 del 1000 scompaiono gli ultimi resti di dominio longobardo nella regione e il ricordo del culto di Michele Arcangelo nella chiesa rupestre di
S. Michele in Asprano è la traccia più interessante di questa cultura longobarda in estinzione.

Nel 1137 il paese è ancora nell’area di Montecassino, ma nel 1157 Rinaldo dà inizio ai ‘de Aquino di Roccasecca’ (signori, non conti, precisa Ascolano) da cui discenderà Tommaso. Landolfo, il futuro padre di Tommaso, sarà legato ai Normanni come cavaliere e le mura difensive del borgo risalgono probabilmente a questo periodo.
Nel
1210 Landolfo contribuisce alla difesa di Aquino contro le truppe guelfe di Ottone IV e ottiene da Federico II la nomina a giustiziere di terra del lavoro, alta dignità del regno.
Attorno al
1275 il paese è ormai un centro autonomo, sede di universitas, e la bella casa del borgo medioevale che reca l’iscrizione Thomas iudex (considerata a torto la casa di S. Tommaso) è un’importante testimonianza di questa autonomia amministrativa.

Dal 1302 il paese è sotto gli Angioini (nel 1301 e nel 1304 gli abitanti del borgo assaltano i signori ‘de Aquino’ contro i quali chiedevano l’intervento di re Carlo II d’Angiò, un episodio significativo che associa Roccasecca ai tanti altri centri minori della fascia di frontiera tra il territorio della Chiesa e quello del Regno nell’impegno comune di svincolarsi dal governo dei piccoli poteri locali).
Dal
1442 Roccasecca è legata agli Aragonesi. Dal 1526 al 1547 è feudo di Vittoria Colonna, Marchesa di Pescara. Dal 1593 al 1796 è feudo dei Boncompagni, poi è sotto i Borbone.


 

Bibliografia
 

- F. Coarelli, Il castello di Castrocelio e la Aquino preromana, testo della conferenza tenuta nel 1996. In: Caprile, bollettino dell’Associazione culturale ‘Le tre torri’, 2000 numero 1, introduzione di Fernando Riccardi. L’archeologo Filippo Coarelli, dell’Università di Perugia, nativo di Caprile di Roccasecca, è l’attento e qualificato custode ideale di questo insieme così prezioso per l’archeologia medioevale.

- Giovanna Rita Bellini, Tra la Melfa e l’Asprano, divagazioni archeologiche attraverso il territorio di Roccasecca.

 




 

II
Arte

Fig.3 I resti del castello medioevale sul monte Asprano.

Foto Polo Museale Romano

 

Oggi si impone la necessità di tutelare un luogo straordinario, l’insieme archeologico di Monte Asprano, da una possibile musealizzazione che potrebbe anche snaturarne la fisionomia ( fig.3 ). Come avviene per tanti altri siti italiani di archeologia medioevale, anche qui è necessario trovare un equilibrio accettabile tra il corretto e rispettoso restauro conservativo e l’integrità di un complesso paesaggistico che è costituito dall’insieme indiscindibile dei resti della terra alta fortificata e da un ambiente naturale di straordinaria fascinazione rupestre che è veramente il ‘paesaggio che S. Tommaso vide pressochè tal quale’, come ha scritto Sabatino Moscati nel 1983.
 

Fig. 4 Caprile di Roccasecca, chiesa rupestre di San Michele: Ascensione, affresco del Sec.XII.

Foto Polo Museale Romano

 

La chiesa rupestre di S. Angelo in Asprano

Nell’emozionante Ascensione dell’abside accanto alla maestosa figura di Cristo pantocratore figura una ieratica e monumentale Madonna orante attorniata dagli apostoli agitati dal pathos di un’ansia irrefrenabile. Un dipinto straordinario che potrebbe essere stato ideato in un momento particolare della storia medioevale, quando la Chiesa è lacerata da quel drammatico conflitto tra potere imperiale e papale che chiamiamo comunemente lotta per le investiture, protratto dal 1059 al 1122.
E forse l’affresco è stato realizzato proprio tra il
1122, quando il Concordato di Worms restituisce definitivamente al papato il controllo spirituale del territorio, e il 1137, ultimo anno di controllo su Roccasecca da parte dell’Abbazia di Montecassino, con il compito di purificare un luogo che fu dedicato certamente dai Longobardi al culto del loro santo guerriero Michele Arcangelo.

Il grande protagonista di questa fase dell’arte medioevale europea è l’abate Desiderio (1056-1087), ispiratore di un recupero della spiritualità delle origini cristiane che prevedeva anche un grande e rinnovato interesse per gli eremi monastici (il cenobio benedettino di Camaldoli era stato fondato nel 1027).
 

Approfondimento: lo stile

Il doppio modello stilistico di questa straordinaria Ascensione dell'Asprano è negli affreschi di S. Angelo in Formis (1057-1087) ma anche e soprattutto in quelli di San Pietro a Tuscania (1073-1085) dove riviveva l'esagitato espressionismo cappadoceno già così vigoramente innestato a suo tempo nella pittura occidentale con la magnifica Discesa al Limbo del IX secolo della chiesa inferiore di San Clemente a Roma.
L’autore dell’Ascensione è aggiornato sulla cultura figurativa contemporanea e salda l'icasticità plastica e arcaizzante di S. Angelo in Formis all'animazione espressionista di matrice cappadocena di Tuscania, nel contesto linguistico della complessa strategia benedettina di rifondazione spirituale di siti pagani e longobardi: un’operazione culturale di grande respiro che accomuna nel tempo gli interventi pittorici di Olevano nel Tusciano e di Calvi (
X secolo), dei siti viterbesi di Vallerano e della Grotta degli angeli di Magliano Romano (sec. XII) e della reatina Grotta di San Michele sul monte Tancia, con un allineamento ideale ai santuari del sud Italia che avevano stabilito ormai una sorta di gemellaggio con le chiese rupestri anatoliche della Cappadocia, alla ricerca di una purifificata.e passionale, arcaica spiritualità.

La figura centrale della
Madonna orante (la greca blachernitissa), che figura anche nell’affresco di S. Maria in Trocchio conservato a Montecassino e molto vicino al nostro dell’Asprano, ha un precedente fascinoso in quella dipinta nel X secolo nella Grotta dei Santi a Calvi (Caserta), illustrata recentemente da Simone Piazza in La Grotta dei Santi a Calvi e le sue pitture, RIASA, n.57, 2003, con ampia bibliografia relativa agli interventi altomedioevali in siti rupestri

Sotto l’intonaco caduto dell’Ascensione si scorge il particolare di un affresco di epoca precedente, dalle forme contratte e rigide che contrastano con il forte espressionismo romanico dell’Ascensione: è la traccia di una prima decorazione dell’abside nello stile accademico e contratto della pittura benedettina del sec. XI che è stata poi cancellata a favore di un aggiornamento stilistico radicale.


La Crocefissione

In S.Angelo era stata dipinta anche, in un’epoca precedente all’Ascensione, un’interessante Crocefissione, dove Cristo appare vestito con il colobio, la tunica romana che è stata poi adottata dai monaci e dai vescovi cristiani, antenato dei paramenti sacri. Il frammento residuo di questa Crocefisssione è stato staccato dalle pareti della chiesa rupestre ed è visibile ora nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Caprile.
Ebbene, anche questo dipinto rientra pienamente nel progetto benedettino di purificazione dei luoghi pagani e longobardi, poiché doveva richiamare subito alla memoria il celebre modello che oggi conosciamo soprattutto per gli affreschi di
S. Maria Antiqua, la chiesa scavata all’interno del Foro Romano steso per bonificarlo spiritualmente.

Approfondimento: l’iconografia

Chi si è occupato di S. Angelo ha datato ai sec. VIII-IX il frammento con la Crocefissione a causa appunto del Cristo vestito con il colobium, che per noi rievoca immediatamente quello dello Cappella di Teodoto in S. Maria Antiqua nel Foro Romano (742-752), debitore a sua volta dei libri miniati più antichi come il Codice di Rabula del 586, dove Cristo indossa il colobio.

Ma questa caratteristica iconografica non è affatto limitata al VIII secolo: Cristo crocefisso con il colobio figura anche nella magnifica pagina miniata di un importante libro del 1007-1012, le Pericopi di Enrico II, un testo che è stato sicuramente un modello figurativo normativo per la pittura dell’epoca, e non c’è quindi nessun motivo concreto per datare il frammento di Caprile ad un’epoca così remota.
D’altra parte la chiesa di S. Angelo è documentata chiaramente, a quanto pare, solo attorno al
991, poco prima della fondazione della rocca da parte dell’abate Mansone (994), nella sfera culturale dell’Abbazia di Montecassino.
Io credo allora che si possa ipotizzare, con grande cautela, che la Crocefissione sia stata dipinta tra lo scisma del
1054, che separava la Chiesa romana da quella orientale, e la citazione di Roccasecca sulla porta bronzea del 1066, con un riferimento esplicito e consapevole ad un tema che ha sì un precedente storico nel dipinto di S. Maria Antiqua (che nell’alto medioevo era però solo parzialmente agibile) ma che circolava comunque anche nei libri miniati come iconografia della scialbatura delle immagini, nel momento culminante della prima lacerante crisi dell’Iconoclastia.
E il modello figurativo della Crocefissione è evidentemente da cercare nella miniatura contemporanea delle Pericopi del 1007-1012 o di un testo miniato analogo e comunque coevo.

 

Fig. 5. Roccasecca, chiesa di S. Tommaso, nella frazione Castello.

Foto Polo Museale Romano

 

Altri affreschi medioevali

La suggestiva chiesa di S. Tommaso, nella frazione Castello, è stata costruita tra il 1323, anno della canonizzazione di Tommaso d’Aquino, e il 1325. Si tratta della prima chiesa nel mondo che sia stata dedicata a questo straordinario filosofo e dottore della Chiesa ( fig 5 ).
Qui è conservato un altro importante frammento pittorico del medioevo di Roccasecca. Si tratta dei resti di affresco con Cristo in trono tra la Vergine e S. Michele Arcangelo, della
seconda metà del Sec. XII, proveniente dall’oratorio di S. Eleuterio, forse dello stesso autore di quelli della vicina Castrocelio provenienti da S. Maria del Monacato e ora visibili nella locale Biblioteca Comunale.
La medioevalista
Serena Romano ha scritto, collocando questi affreschi nell’ambito della cultura romano-cassinese:
‘Un frammento, questa piccola abside di Roccasecca, che mi pare di notevole finezza, e di non trascurabile interesse in quanto riflesso ‘puro’ dei più noti fatti della basilica campana’.
(Serena Romano, Affreschi da S. Maria del Monacato a Castrocelio, e un’aggiunta da Roccasecca, in Arte Medioevale, n.2, 1989).


 

Bibliografia

- G. Di Sotto, Le pitture della chiesa rupestre di S. Angelo in Asprano, in Benedectina, anno XXIII fasc.1, 1976.

- F. Riccardi, Storia ed arte nella chiesa rupestre di S. Angelo in Asprano, e
Maria Grazia de Ruggiero, Nei luoghi della storia e della preghiera di San Tommaso, in Caprile, anno I, numero 1, 2000, con tutta la bibliografia precedente.

- Per la scialbatura delle immagini dell’Iconoclastia vedi: Fernanda de’ Maffei, Icona, pittore e arte al Concilio Niceno II, Roma 1974.

- G. Guarnieri, Gli affreschi della Grotta degli angeli di Magliano Romano, 1994, (inedito).

III
Dal Cinquecento al Seicento

Fig. 6 Marco Mazzaroppi (1550-1620), La Visitazione.

Foto Polo Museale Romano.
 

 

Fig.7 Marco Mazzaroppi, (1550-1620), La Madonna del Rosario.

Foto Polo Museale Romano.

 

Sulla figura del pittore cassinese Marco Mazzaroppi (Cassino/San Germano, 1550-1620) sono in corso attualmente (aprile 2004) degli studi approfonditi che hanno lo scopo di mettere ordine in un catalogo in cui non si discerne ancora chiaramente l’autografia dall’opera dei collaboratori.
In attesa di conoscere i risultati di queste ricerche è opportuno quindi sospendere il giudizio su questo pittore e sulla variegata scuola locale attiva tra fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 che aderiva al sobrio anacronismo della pittura tardocinquecentesca del
Cavalier D’Arpino.
Tra i vari dipinti di Roccasecca attribuiti a Mazzaroppi ci sono la
La Visitazione ( fig. 6 ) e La Madonna del Rosario ( fig. 7 ), conservati nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Caprile, e l’interessante Allegoria francescana (in S.Francesco), già assegnati in passato all’ambiente di Francesco Santafede, pittore napoletano coetaneo di Mazzaroppi, per essere poi attribuiti al pittore cassinese da Roberto Cannatà nei primi anni ’80.
Anche per queste opere sarà possibile avere una conoscenza ragionevolmente corretta quando gli studi più recenti ne offriranno una visuale complessiva, magari in occasione di una mostra itinerante che coinvolga i paesi interessati.

Il caso locale di Mazzaroppi non è dissimile da quello di altri autori regionali legati al lascito arpinesco, come quel Vincenzo Manenti (1600-1674), attivo anche a Trisulti, che ancora nel 1961 risultava quasi sconosciuto agli studiosi e che di recente è stato oggetto di una esaustiva indagine a più voci che ne ha ricostruito definitivamente il corpus delle opere e l’attività della bottega.

 

Bibliografia

- Arte nel frusinate dal secolo XII al XIX. Mostra di opere d’arte restaurate a cura della Soprintendenza alle gallerie del Lazio, Palazzo della Provincia, Frosinone, 1961, catalogo della mostra a cura di Corrado Maltese con prefazione di Emilio Lavagnino, la prima grande rassegna dell’arte locale.

-Roberto Cannatà, La Pentecoste, in Un’antologia di restauri, 50 opere d’arte restaurate dal 1974 al 1981, catalogo della mostra, Galleria Nazionale d’arte antica, Roma, 18 maggio-31 luglio 1982. Con questa densa scheda sul dipinto di Esperia (S. Maria Maggiore), attribuito da Cannatà a Mazzaroppi, ha avuto inizio la graduale valorizzazione del pittore.

- Angelo Nicosia, Marco Mazzaroppi pittore di San Germano (1550-1620), Lazio Sud, n.29, 1982, leggibile in Cassino 2000.com.

- Roberto Cannatà, Pittura nel Frusinate nell’età della Controriforma: l’opera di Marco Mazzaroppi, in Baronio a l’Arte, Atti del convegno internazionale di studi, Sora, 10-13 Ottobre 1984.

- per l’Allegoria francescana vedi: L’Immagine di S. Francesco nella Controriforma, catalogo della mostra, Roma 1982.

- G.Guarnieri, Il ciclo francescano del convento di S. Anna a Borbona e la bottega di Vincenzo Manenti, in Vincenzo Manenti e il suo tempo, Atti del convegno di Orvinio del 2000, 2003.
 

IV
Il Settecento

 

Fig. 8. Roccasecca, chiesa di S. Margherita.

Foto Polo Museale Romano.

 

Fig. 9. S. Margherita, Jacopo Alessandro Calvi, Madonna in gloria e santi, 1784.

Foto Polo Museale Romano.

 

Il Settecento di Roccasecca ha lasciato delle opere di alta qualità e di grande interesse, che vale la pena di studiare con più attenzione.

In S. Margherita ( fig. 8 ) è conservata una delle cose più interessanti del paese, la Madonna in gloria e santi ( fig. 9 ) dell’importante pittore bolognese Jacopo Alessandro Calvi, (Bologna, 1740-1815), un raffinato artista letterato dell’Accademia degli Indomiti e della romana Arcadia che scrisse la biografia del Guercino (‘Notizia della vita e delle opere del ..Guercino da Cento ..’ Bologna 1808).
Questo bel dipinto di Calvi, firmato e datato
1784, fu definito da Italo Faldi, in occasione di Arte nel Frusinate del 1961, ‘uno dei ritrovamenti più sorprendenti della mostra’. Bollettino d'Arte, 1961.
 

Fig. 10. Caprile di Roccasecca, S. Maria delle Grazie.

Foto Polo Museale Romano.

 

La splendida scultura con la Madonna del Rosario, in S. Maria delle Grazie di Caprile (una chiesa che è stata modellata nelle sue forme attuali nel 1750-1760) ( fig.10), può essere studiata, una volta liberata delle ridipinture, in rapporto agli scultori settecenteschi (napoletani?) che hanno realizzato la raffinata Madonna di S. Maria delle Rose a Casalvieri (frazione Roselli) e la bella S. Maria Assunta dell’omonima chiesa di Napoli.

Fig. 11. Roccasecca (frazione Castello), chiesa della SS. Annunziata.

Foto Polo Museale Romano.

 

Nella chiesa di S. Annunziata della frazione Castello, ( fig.11 ) il grande dipinto con l’Annunciazione è una dignitosa e piacevole copia del dipinto di Francesco De Mura conservato a Napoli sull’altare maggiore della Santissima Annunziata e datato 1761, nel quale l’anonimo pittore di Roccasecca ha inserito dei dettagli provenienti da un’altra Annunciazione di De Mura, conservata nella Certosa di San Martino, e da un’opera tardosecentesca del Solimena.

Fig. 12. SS. Annunziata, Pulpito, 1780.

Foto Polo Museale Romano.

 

Nella stessa chiesa Il pulpito ligneo ( fig.12 ) del 1780, attribuito al sulmonese Candido Mosca, è invece il capolavoro veramente affascinante di un artefice settecentesco che forse è possibile identificare più chiaramente studiando i magnifici arredi coevi di S. Giovanni Battista a Casalvieri.

Aprile 2004
 


Contatti

Giorgio Guarnieri

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